Versa
La storia
Il paese di Versa si trova collocato al centro del bacino idrico formato da tre corsi d’ acqua, i torrenti Torre, Judrio e Versa ed ha mantenuto nel corso della sua storia grande importanza strategica. La particolare posizione pone di primo acchito una considerazione: il probabile mutamento di questi corsi d’ acqua nei secoli non permette una precisa identificazione del paese originario. Non esiste infatti alcuna testimonianza riferita a reperti rinvenuti in grado di dare una precisa connotazione spazio – temporale di Versa antica. E’ possibile solo avanzare alcune ipotesi che vedono il nucleo originario di Versa edificato nella zona indicata con il toponimo “Ancone rotte”, un’ area imprecisata verso Medea.
Il nome del paese viene comunemente fatto derivare dal latino “vertére” indicante una svolta o storta di un torrente o strada: lo Judrio in particolare lambisce l’ abitato di Versa da nord-est a sud, svoltando proprio in prossimità del paese e ricevendo in quel punto pure le acque dell’ omonimo torrente Versa.
Il nome Versa è citato per la prima volta in un famoso documento del 762-763 d.C. che attiene alla fondazione dell’ abbazia di Sesto al Reghena, alla presenza dei tre fratelli longobardi – Marco, Erfo, Anto – figli di Pietro duca del Friuli. Nel testo è indicato: “… curte nostra de Versia o Versiòla …”. Molti studiosi concordano sull’ identificazione di “Versia” con la nostra Versa e quindi la “curte” citata descriverebbe una circoscrizione territoriale, un insediamento rurale con personalità giuridica ed economica, coincidente presumibilmente con il primo nucleo rurale da cui poi successivamente si svilupperà il paese, attorno a quella che ancor oggi viene individuata come l’ antica centa. Rimane tuttavia problematica l’ interpretazione del termine “Versia o Versiòla” che si potrebbe leggere come “… la piccola Versa …”.
Il primo dato certo sull’ esistenza di Versa è documentato nel 980-981 quando, a seguito delle incursioni da parte degli Ungari, su parte del territorio friulano si attua un’ opera di ricolonizzazione e dissodamebto attraverso l’ azione dei patriarchi: ampie donazioni e privilegi che nel corso dei secoli riceveranno periodiche conferme. Da un Regesto sappiamo che Ottone II, il 12 gennaio 981, donò al patriarca Rodoaldo e alla Chiesa di Aquileia due corti: “… Intercisas sub Cormons duae curtes videlicet unam de Versia aliam S. Viti, cum omnibus iuribus et pertinentis …”. Le due località possono identificarsi con esattezza in S. Vito di Crauglio e Versa sul Torre di fronte a Palmanova. La citazione del documento porta inevitabilmente ad ipotizzare l’ esistenza di Versa in un periodo anteriore al 980, probabilmente al periodo longobardo: quindi Ottone II dona al patriarca una parte di territorio sul quale già esisteva la “curte” di Versa.
E’ possibile affermare che la “curte” avesse una precisa collocazione spaziale, coincidente nell’ area che in fasi successive vedrà formarsi il paese attuale. Quindi un primo nucleo insediativo fin dal periodo di questa donazione, o in una fase immediatamente posteriore ma in ogni caso entro il secolo XI, si costituì attorno alla centa. Qui si iniziò la costruzione della prima chiesa, a forma rettangolare edificata nella zona mediana dell’ edificio attuale, con l’ altare rivolto a nord. Alla prima donazione seguirono ricorrenti conferme che contribuirono ad accrescere l’ importanza della villa di Versa. Alla fine del secolo XII nella chiesa primordiale si effettua una drastica sopraelevazione del livello pavimentale con la successiva messa in opera di un pregevole ciclo pittorico, ascrivibile al secolo XIII. L’ area esterna della chiesa fu occupata dal cimitero.
Nel 1170 tra i feudatari presenti alla stesura dell’ atto con cui Uldarico marchese di Toscana donò alla Chiesa di Aquileia parte dei suoi beni, si segnala “… Johannem de Versa …”. In questo documento è citata per la prima volta la “… villa Latina …” di Romans d’ Isonzo con accanto due borghi di origine slava: Rachelach e Predegoy. Nel “Thesaurus Ecclesiae Aquilejensis” è indicata la composizione della popolazione di Versa; vi compare la denominazione “… Versia Sclavica …” e “… in villa Versia Sclavonica …”. La situazione descritta ha indotto alcuni studiosi a ricercare le origini stesse di questi luoghi in un antico nome slavo. Forse è più plausibile vedere in queste citazioni l’ accertamento di una condizione del periodo, giustificata anche da un opera di ripopolamento come conseguenza del dissodamento sul territorio e l’ importazione di gente slava che andò ad affiancarsi ai nativi o a fondare ex novo le loro ville. Con il trascorrere del tempo si impose la tradizione romana ed il ceppo slavo venne da essa assorbito, lasciando però traccia nei toponimi.
Le origini remote della “villa” di Versa sono strettamente legate all’ antica fondazione della sua pieve. Infatti nella tassazione del patriarca Bertoldo – 1247 – la “… Plebs Aversa …” è tassata con 8 marche. Con il termine pieve si indicava una supremazia territoriale e ben circoscritta che aveva una precisa caratterizzazione giuridica autonoma. Infatti Versa assunse il ruolo di “chiesa madre” con le vicinie di Tapogliano, Fratta e Romans; il pievano di Versa fu rettore delle altre tre filiali. Il ruolo di “pieve” continuò fino al 1482 quando, come reggente delle comunità religiose, troviamo don Marino Spitti con il titolo di mansionario. Questo termine equivaleva alla figura di un commissario capitolare, inviato dal Capitolo di Aquileia in attesa che fosse istituita la nuova parrocchia di Romans. Il problema inerente il trasferimento della sede da Versa a Romans era strettamente legato a motivi ambientali ai quali si aggiunsero le incursioni turche (nel 1499 per la quarta volta i Turchi devastarono il territorio di Villesse, Romans, Versa e Tapogliano).
Dopo un periodo di oblio il paese si ripopolò ed iniziò una nuova sistemazione della chiesa preceduta da un rialzamento pavimentale: questo l’ edificio descritto dal Visitatore Apostolico Bartolomeo da Porcia, abate di Moggio, il 6 aprile 1570. La chiesa di Sant’ Andrea Apostolo, cappella della pieve di Romans, oltre all’ altare maggiore, conserva l’ altare di S. Lucia, della Madonna e quello della Confraternita di S. Rocco e S. Sebastiano: le anime da comunione sono 150.
Tra i secoli XVI e XVII, Versa è posta sotto la giurisdizione dei fratelli Attems ed in seguito, dal 1647 al 1717, appartenne alla contea principesca di Gradisca retta dai principi di Eggenberg che assegnarono la giurisdizione a Ottavio e Leopoldo Baselli. Dopo le guerre gradiscane (che si svolsero tra il 1615 ed il 1617) che videro nuovamente Versa in posizione strategica favorevole per la vicinanza del ponte sul Torre, la vita riprese.
All’ inizio del secolo XVII la comunità rivolse una supplica all’ Arcidiacono di Gorizia Luca Del Mestri per la prosecuzione dei lavori di costruzione della chiesetta campestre dedicata alla Beata Vergine Lauretana, nel luogo di una preesistente ancona. Successivamente, a seguito di una epidemia di peste, nel 1682 i goriziani donarono alla chiesa stessa un altare in legno dedicato a San Rocco. Nello stesso secolo si intraprese la costruzione della nuova chiesa di Sant’ Andrea nella “centa” con l’ orientamento attuale che verrà consacrata nel 1685. Nel 1715 si pose la prima pietra per la costruzione del campanile.
Un pericolo atavico era costituito dalle periodiche inondazioni che in vari momenti storici colpirono questa piccola comunità: è del 26 giugno 1749 la notizia di una grande inondazione che “… sopramontò tutti li rapari di Tapogliano et in qualche luogo di Versa. Corrè la Torre per Tapogliano et per Versa, nella parte da Basso, fu fino ai fianchi con danno nei formenti …”. Una notevole opera di rinforzo degli argini si intraprese nel 1767 al tempo di Maria Teresa, con il conte Enrico Auersperg capitano di Gorizia; una seconda nel secolo XIX in seguito alla “… grande aga …” del 1857. Inondazioni di minore o maggiore intensità avvennero nell’ autunno 1803, nel 1820, all’ inizio dell’ ottobre 1829, il 31 ottobre 1851, nel 1857, nel 1915, nel 1920, nel 1936, nel 1960 e, recentemente, nel 1998 (vedi filmato) quando buona parte del paese si ritrovò sotto un metro d’ acqua con gravi danni per le abitazioni.
Nel 1787 e nel 1805 si verificò l’ occupazione del paese da parte di truppe francesi. Tra il 1808 e il 1814 Versa dipendeva dall’ Arcivescovo di Udine, poiché il Regno Italico di Napoleone si estendeva fino all’ Isonzo.
Il 17 aprile 1848 sostarono s Versa circa diecimila soldati guidati dal generale austriaco Levant Nugent che si apprestavano ad assediare la fortezza di Palmanova, occupata dalle truppe del governo rivoluzionario di Udine con l’ aiuto dei crociati di Venezia e da circa cento piemontesi guidati da Carlo Alberto.
Nel 1866 Versa fu teatro del combattimento tra italiani e austriaci: fatto conclusivo della terza guerra d’ indipendenza. Il 26 luglio 1866, versa le 12:30, in prossimità del vecchio ponte sul Torre, si affrontarono gli italiani comandati dal generale La Forest Divenne – del gruppo Cialdini – e gli austriaci dal colonnello Török – del gruppo Maroicic. Il ponte in legno sul Torre il 26 luglio fu occupato, perduto e riconquistato dagli italiani; sul ponte in legno sullo Judrio lo stesso giorno il tenente colonnello Kopfinger dello Stato Maggiore austriaco consegnò al maggiore Sironi una lettera con l’ annuncio della tregua (PS: entrambi i ponti furono bruciati nel 1866; successivamente ricostruiti, vennero incendiati dai soldati austriaci nel maggio 1915 e nuovamente distrutti nell’ ottobre 1917 dalle truppe italiane in ritirata). La tregua verrà siglata a Sant’ Andrat dello Judrio il 29 luglio e sarà confermata dall’ armistizio di Cormons, firmato il 12 agosto. Il generale La Forest aveva stabilito il suo comando nella Casa Baldassi (attuale casa Portelli) sulla quale, a tutt’ oggi, è visibile una lapide a ricordo dell’ eroico fatto d’ armi. Lo scontro che portò ad una prima liberazione dal dominio austriaco è ricordato anche da una seconda lapide che venne collocata nella piazza del paese, il 22 ottobre 1966, alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Nel 1882 sostò a Versa Guglielmo Oberdan ( nato nel 1858 e giustiziato a Trieste il 20 dicembre 1882) che faceva parte dell’ irredentismo italiano sviluppatosi negli ultimi decenni del secolo sul problema delle terre sotto il dominio asburgico. In procinto di passare a piedi il confine a Viscone, per prendere il calesse di Giuseppe Sabbadini che da Palmanova portava a Monfalcone, Oberdan con Donato Ragosa passò a Versa la mattinata del 16 settembre 1882 e probabilmente si fermò in casa Baldassi.
I pròdromi del primo conflitto mondiale in paese si avvertirono la domenica di Pentecoste del 23 maggio 1915 con la chiusura del paese per mezzo di trincee e barricate erette sulle strade che portano a Tapogliano e Chiopris. Il giorno seguente gli austriaci bruciarono i ponti sul Torre e sullo Judrio e si ritirarono oltre l’ Isonzo. Versa diventò prima linea dello schieramento italiano attestato dal collio a Isola Morosini, sul fronte formato dai tre corsi d’ acqua, Torre Judrio e Versa. La prima divisione di cavalleria (reggimenti Monferrato, Roma e Genova) stanziata in paese alloggiò i cavalli nella chiesa di S. Andrea. Don Ermenegildo Ulian fu arrestato ed internato dalle autorità italiane; loseguirono ilsacrestano Antonio Macor ed figlio Giovanni. Il posto del vicario venne occupato dal Cappellano militaredell’ ospedaletto da campo n° 76, don Salvatore Stanca. Le case de Claricini, Xillovich, Godina, abbandonate dai proprietari filo austriaci, ospitarono gli ospedali da campo (dal 1916 uno fu occupato dai reparti della Croce Rossa inglese). Le comunità di Versa e di Romans, ridotte a meno di 1500 persone dovettero convivere con un contingente di almeno 10000 uomini. Analizzando i dati riportati nel grafico (tavola 1) si evidenzia come la guerra abbia incrementato i decessi. Su una popolazione a Versa di circa 600 abitanti, il numero dei decessi nel 1915 è di 30 unità e non scende negli anni successivi sotto le 20. Il tasso di natalità cala vistosamente, la principale causa di morte indicata nei Registri che colpisce i lattanti e bambini, in particolare nel primo anno di guerra, è definita “debolezza congenita”: termine che indicava un generale stato di denutrizione, mancanza di igiene ed inadeguatezza delle cure. A questa situazione si aggiunsero le malattie che con la guerra ebbero nuovo vigore: tifo, meningite, difterite. Del primo conflitto mondiale rimangono preziose testimonianze che descrivono i momenti salienti della vita vissuta dalla comunità. Di Versa e dell’ incontro con Padre Semeria rimangono le pagine memorabili di Gabriele D’ Annunzio: “… vado a Versa. E’ una mattinata d’ ottobre limpidissima, quasi temprata e forbita come un’ arme nuova. Le strade sono già asciutte, stanno per ridiventar polverose. File di soldati, file di muli, file di carriaggi …”. Lasciano una traccia altrettanto indelebile le liriche di Giuseppe Ungaretti datate 27 aprile 1916, 20 maggio 1916, 21 maggio 1916, 22 maggio 1916 e 14 febbraio 1917, che nei momenti cupi della guerra illuminano con linguaggio criptico le giornate trascorse a Versa (ospitato, stando ai vecchi racconti di mio nonno, proprio nel granaio di casa mia).
Per quel che riguarda il secondo conflitto mondiale bisogna sottolineare come quest’ ultimo produsse sul tessuto industriale friulano minori danni del precedente. Durante tutta la fase bellica il Friuli non fu mai campo di battagli come nella guerra del 1915 – 1918. Il 25 dicembre 1944 sei bombe scoppiarono vicino al ponte sul Torre; nell’ aprile 1945 si costruirono le barricate in mezzo al paese di Versa per impedire una eventuale avanzata angloamericana. Il primo maggio il territorio venne occupato dalle truppe neozelandesi. Dopo la capitolazione della Germania e la conclusione del secondo conflitto mondiale rimanevano profondi disagi, lacerazioni interne tra la stessa gente: si apriva un nuovo periodo, quello della ricostruzione.
Il paese di Versa, teatro di molteplici vicende storiche, è costretto a fronteggiare una nuova emergenza: il calo demografico. Sono stati messi a confronto i dati riferiti al rapporto Nati – Morti nella comunità, articolati in due momenti: il primo comprende un arco di tempo di cento anni (1846 – 1946), il secondo copre il periodo intercorso tra il 1946 e il 1995 (tavole 1 – 2). Nel primo grafico si segnala alla data del 1849 il diffondersi di una epidemia di colera: i decessi furono 13 e 12 nel 1855. Successivamente si è messo a confronto l’ incremento della popolazione (tavole 3 – 4) tra il paese ed il resto del comune (Romans + Fratta). Da questa indagine emerge un quadro allarmante che indica chiaramente, a partire dal 1951, il progressivo ed inesorabile decremento della popolazione la quale nel 1991 è scesa al di sotto delle 400 unità. Il paese appare ripiegato su se stesso anche per la mancanza di apporti dall’ esterno, come invece si è verificato per Romans.












































